Reato di omesso versamento ritenute previdenziali INPS: rischi e difesa
Reato di omesso versamento ritenute previdenziali INPS: rischi e difesa
L'autore

Andrea Iurato

1987. Praticante avvocato abilitato al patrocinio, in Bologna. Dottorando in diritto pubblico presso l’Università degli Studi di Pavia. Professionalmente si  [...]



Sono un imprenditore: ho ricevuto un decreto penale di condanna per omesso versamento delle ritenute previdenziali all’INPS. Cosa rischio? Come posso difendermi?

 

Il datore di lavoro che omette di versare all’INPS le ritenute previdenziali operate sugli stipendi dei propri dipendenti commette un reato punibile con la reclusione fino a tre anni e con la multa fino a due milioni delle vecchie lire [1].

Costituisce illecito il mancato versamento delle ritenute entro il termine del sedicesimo giorno del mese successivo a quello cui si riferiscono i contributi. Ad esempio: le ritenute operate sugli stipendi del mese di gennaio devono essere versate all’INPS entro e non oltre il 16 febbraio.

 

La legge non prevede una soglia minima di punibilità del mancato versamento, per cui costituisce reato anche l’omesso pagamento di piccole somme.

La responsabilità penale del datore di lavoro è però esclusa quando l’omissione non è frutto della volontà cosciente di costui, ma è stata causata da un errore di calcolo o di gestione.

 

La diffida INPS e le conseguenze della sua irregolarità.

La legge permette al datore di lavoro di rimediare al mancato versamento e così di evitare il processo penale e l’eventuale condanna.

L’INPS è infatti obbligato a inviare al contravventore una diffida scritta nella quale indica le somme dovute e inviata il datore di lavoro a effettuare il versamento entro il termine di tre mesi. Soltanto dopo che sia trascorso questo termine senza che il diffidato abbia effettuato il pagamento, l’INPS può denunciare l’illecito all’Autorità giudiziaria e avviare così il procedimento penale.

 

La Corte di Cassazione ha indicato [2] le modalità di corretto invio della diffida da parte dell’INPS e anche le conseguenze in caso di irregolarità, mettendo fine ad un dibattito che aveva creato confusione e incertezza.

La comunicazione deve contenere tutte le seguenti indicazioni:

  1. il periodo cui si riferisce l’omesso versamento;
  2. l’importo delle somme non versate;
  3. l’indicazione della sede dell’INPS presso la quale il datore di lavoro può effettuare il versamento;
  4. l’avviso al datore di lavoro che, nel caso di pagamento entro il termine di tre mesi, non sarà punibile.

 

È molto frequente, tuttavia, che la diffida INPS non sia regolare. Questo accade quasi sempre perché la comunicazione non giunge a conoscenza del datore di lavoro. La diffida può infatti essere comunicata anche per posta tramite raccomandata inviata sia all’indirizzo di residenza del responsabile legale, sia a quello della sede legale dell’azienda. La diffida inviata ad uno solo di questi indirizzi e tornata al mittente per errore nell’indirizzo o per trasferimento non è regolare.

 

Nel caso in cui nonostante l’irregolarità della notifica sia stato avviato un procedimento penale il giudice deve rimediare all’omissione dell’INPS comunicando al datore di lavoro, tramite la citazione in giudizio o altra comunicazione scritta, la possibilità di evitare la condanna versando entro tre mesi le somme dovute. Durante questo periodo, il processo penale è sospeso. Se il datore di lavoro adempie entro il termine indicato il processo termina con una assoluzione; in caso contrario prosegue il suo corso.

 

L’imprenditore in difficoltà economiche.

L’omesso versamento delle ritenute previdenziali è spesso dovuto a temporanei periodi di crisi dell’azienda durante i quali il responsabile legale decide di utilizzare queste somme per altri pagamenti ritenuti più urgenti.

Le difficoltà economiche dell’azienda, anche se provate in giudizio, non sono però utili a giustificare l’omesso versamento e quindi a evitare la condanna. Tutt’al più questa circostanza sarà valutata dal giudice allo scopo di contenere la misura della pena.

 

È importante però considerare che l’omesso versamento è reato soltanto se gli stipendi dei dipendenti cui si riferiscono i contributi non versati sono stati effettivamente pagati.

È sufficiente anche la sola esibizione dei modelli DM10, utilizzati dal datore di lavoro per la denuncia all’INPS delle retribuzioni versate ai dipendenti, per provare in giudizio l’effettivo pagamento degli stipendi.

 

Il decreto penale di condanna. Quando conviene fare opposizione.

Nonostante la legge preveda, per questo reato, una pena massima abbastanza elevata, è molto frequente che, a causa della esigua gravità del fatto, l’imprenditore riceva dal Tribunale un decreto penale che lo condanna solo al pagamento di una multa.

Spesso i decreti penali vengono sottovalutati da chi li riceve, senza considerare che essi costituiscono comunque un precedente penale.

 

Chi riceve un decreto penale di condanna può scegliere se presentare o meno opposizione entro 15 giorni. Nel primo caso egli subirà il processo, nel secondo rinuncerà a difendersi e accetterà di pagare la somma indicata.

 

È molto importante scegliere bene l’alternativa migliore, con il necessario intervento di un avvocato, per evitare di subire condanne ancora più aspre in un eventuale processo penale o, al contrario, di perdere l’opportunità di una facile assoluzione.

Di seguito si propone un elenco di casi nei quali può risultare conveniente o meno opporsi ad un decreto penale di condanna per omesso versamento di ritenute previdenziali all’INPS. È bene considerare che si tratta tuttavia di ipotesi generali e che la migliore strategia va sempre valutata sulla base di ciascun caso concreto.

 

È conveniente presentare opposizione al decreto penale quando:

1. il reato è prossimo al termine di prescrizione: le ben note lungaggini dei processi penali condurranno infatti con buone probabilità al raggiungimento del termine;

2. l’imprenditore è in grado di provare in giudizio che gli stipendi cui si riferiscono le ritenute non versate non sono stati pagati ai dipendenti;

3. la diffida dell’INPS è irregolare e l’imprenditore è intenzionato a versare le somme dovute: in questo caso il datore di lavoro potrà far valere in giudizio l’irregolarità della diffida chiedendo al giudice la sospensione del processo per provvedere al versamento e così ottenere l’assoluzione;

4. la multa stabilita nel decreto è molto alta e non è stata concessa la sospensione condizionale della pena: in questo caso l’imprenditore può evitare il pagamento della multa se il giudice all’esito del processo concederà la sospensione condizionale della pena. È bene considerare che il beneficio è concesso soltanto per pene non superiori ai due anni di reclusione e per chi non ha riportato in precedenza altre condanne e può essere revocato se entro 5 anni viene commesso un altro reato.

 

Non è conveniente opporsi al decreto in questi casi:

1. la diffida dell’INPS è regolare e non vi sono validi argomenti difensivi da utilizzare in giudizio;

2. la diffida dell’INPS è irregolare, ma l’imprenditore non è intenzionato a versare le somme dovute.

 

 

[1] Art. 2 c. 1-bis D.L. n. 463/1983.

[2] Cass. sent. n. 1855/2012.

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