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Lo sai che? Licenziamento via messaggio WhatsApp: è lecito?

Lo sai che? Pubblicato il 27 aprile 2018

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> Lo sai che? Pubblicato il 27 aprile 2018

Il licenziamento intimato tramite WhatsApp è legittimo? Critiche e considerazioni nell’era dei social network

Nell’era dei social network la comunicazione avviene per lo più tramite chat, messaggi, sms, post. Se è vero che i social network hanno modificato il modo in cui intratteniamo le nostre relazioni umane è anche vero che gli stessi hanno avuto inevitabilmente una ripercussione anche nel mondo del diritto. Ne è prova il fatto che anche il licenziamento arriva anche con un messaggio su WhatsApp.

Ma è valido un licenziamento comunicato via WhatsApp? A questo deve far seguito una comunicazione formale a mezzo lettera raccomandata o ha di per sé valore legale?

Al quesito si può rispondere attraverso la decisione di qualche mese fa del tribunale di Catania [1] che rappresenta ad oggi un fondamentale precedente nella giurisprudenza di merito sul punto. Il tribunale siciliano, infatti, ha ritenuto che il licenziamento «intimato su WhatsApp assolve l’onere della forma scritta, trattandosi di un documento informatico». Il caso era quello di una dipendente di un’azienda siciliana che ha appreso la notizia del proprio licenziamento leggendo un messaggio sul popolare servizio di messaggistica. La donna, convinta dell’illegittimità della comunicazione, faceva ricorso al giudice, certa che la chat di WhatsApp non fosse certo il mezzo più idoneo per recapitarle la notizia di essere stata lasciata a casa dalla sua azienda.

WhatsApp è un documento informatico

Eppure la decisione del giudice siciliano si mostra del tutto difforme dalle aspettative della lavoratrice. Il Tribunale di Catania ha rigettato il ricorso presentato dalla donna licenziata sulla chat perché – si legge nell’ordinanza – la «modalità utilizzata dal datore di lavoro nel caso di fattispecie appare idonea ad assolvere ai requisiti formali in esame, in quanto la volontà di licenziare è stata comunicata per iscritto alla lavoratrice in maniera inequivoca come del resto dimostra la reazione da subito manifesta dalla predetta parte».

Il giudice parte dalla considerazione che la comunicazione di recesso dal contratto di lavoro deve avere la forma scritta. La legge, infatti, impone al datore di lavoro di rispettare la forma scritta nella comunicazione del licenziamento ma non specifica con quale strumento essa debba avvenire.  In particolare il messaggio WhatsApp costituisce un documento informatico dattiloscritto che non lascia dubbi in ordine alla sua provenienza da parte del datore di lavoro.

Peraltro la chat di WhatsApp garantisce anche la certezza temporale della ricezione della comunicazione di recesso da parte del lavoratore grazie al sistema della cosiddetta doppia spunta, che peraltro garantisce al mittente anche la prova di avvenuta lettura da parte del destinatario.

Il tribunale di Catania ha dichiarato, dunque, il ricorso della lavoratrice inammissibile, decretando così che è lecito licenziare un dipendente con un messaggio sul servizio di messaggistica istantanea più diffuso al mondo: si tratta del primo caso in Italia.

La sentenza del tribunale etneo rappresenta ad oggi il più importante riferimento della giurisprudenza di merito sul punto, anche se si inserisce nel solco già segnato dalla Cassazione che in più occasioni ha statuito la legittimità del licenziamento comunicato anche in forma indiretta [2].

Sul punto però è sempre bene essere prudenti, perché se è vero che la tecnologia è sempre un passo avanti al diritto è altrettanto vero che certi principi giuridici mantengono il loro valore fondamentale anche di fronte al progresso scientifico e tecnologico.

Infatti, se da un lato la giurisprudenza consolidata riconosce una apertura verso le svariate forme con cui può essere intimato il licenziamento (purchè non oralmente) è requisito fondamentale, come detto, la forma scritta affinché non vi sia ambiguità in caso di contestazione.

Licenziamento via WhatsApp: le critiche

Va detto, però, che la sentenza del tribunale siciliano ha suscitato non poche critiche, soprattutto tra gli addetti ai lavori.

Molti infatti hanno osservato che essendo il licenziamento un atto unilaterale recettizio deve essere sottoscritto da parte del soggetto da cui proviene. In tale ottica il messaggio WhatsApp (o di altro social network) non può validamente assolvere questo requisito, necessario per attribuire al mittente la paternità della dichiarazione.

Oltre a queste considerazioni di carattere puramente giuridico, vi sono anche degli aspetti sociologici da considerare. Vale a dire il fatto che il licenziamento è un evento drammatico che interessa il lavoratore, la sua famiglia ed il suo contesto socioeconomico per cui non è da poco ritenere che lo stesso debba conservare una certa sacralità, quale quella della comunicazione a mezzo lettera raccomandata proveniente dall’azienda.

 

 

note

[1] Trib. Catania, ord. del 27.06.2017.

[2] Cass. sent. n. 17652 del 13.08.2007.

Autore immagine: Pixabay.com

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