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Lo sai che? Chi vende un’attività non può “portarsi dietro” la clientela

Lo sai che? Pubblicato il 12 settembre 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 12 settembre 2017

Divieto di concorrenza: cos’è, quanto può durare, qual è il suo oggetto e quali sono le tutele per l’acquirente? Ecco tutte le risposte

Chi vende un’attività non può, per il periodo di cinque anni, avviarne un’altra che sia idonea a sviare la clientela di quella che ha ceduto. Siffatto modo di agire, infatti, si manifesterebbe del tutto sleale e comporterebbe la palese violazione del divieto di concorrenza. Ma cos’è il divieto di concorrenza? Quanto può durare? Qual è l’oggetto del divieto di concorrenza? Perché chi vende un’attività non può “portarsi dietro” la clientela? Quali sono le tutele per l’acquirente in caso di violazione del divieto di concorrenza? Di seguito tutte le risposte.

Divieto di concorrenza: perché è previsto

La ratio del divieto è naturalmente quella di tutelare l’acquirente, il quale solitamente corrisponde una somma a titolo di avviamento, con la speranza di ottenere, in futuro, redditi simili a quelli di chi gli ha venduto l’attività e che potrebbe essere gravemente danneggiato da un comportamento concorrenziale dell’originario titolare della medesima. Quest’ultimo, infatti, in assenza del divieto in commento, potrebbe  – successivamente alla cessione dell’azienda – intraprendere un’attività identica, o simile, che sia in grado di “portarsi dietro” la clientela dell’azienda venduta. Al contrario, chi aliena l’azienda ha l’obbligo di agevolare il trasferimento della clientela, trasmettendo all’acquirente le notizie di rilievo, in particolare l’elenco dei clienti e dei fornitori e i conteggi a loro relativi.

Quanto può durare il divieto di concorrenza?

Il divieto di concorrenza non può avere una durata superiore a cinque anni. Se la durata non è stabilita o è previsto che sia superiore, vale comunque il limite dei cinque anni.

Che natura ha e qual è la portata del divieto di concorrenza?

Il divieto di concorrenza costituisce un effetto naturale del contratto di cessione di azienda, esso vale a integrare l’accordo anche se le parti non lo abbiano previsto. Nulla vieta, comunque, che le parti  ne restringano la portata o addirittura la escludano. In merito, invece, alla possibilità di ampliare l’ambito applicativo del divieto di concorrenza, la legge [2] consente alle parti di procedere in tal senso, purché non si impedisca al cedente di esercitare ogni attività commerciale o d’impresa e fermo restando il limite temporale del quinquennio dalla data del trasferimento.

Qual è l’oggetto del divieto di concorrenza?

In relazione all’oggetto del divieto di concorrenza, esso è limitato all’idoneità dell’impresa a sviare la clientela di quella venduta. Si deve trattare, quindi, di fattispecie nelle quali gli articoli o i beni trattati siano i medesimi o comunque simili a quelli dell’azienda oggetto di trasferimento. Sul punto, un ruolo fondamentale gioca altresì l’ubicazione della nuova attività.  Ed infatti, oltre ai suddetti limiti temporali il divieto in parola incontra anche limiti di spazio e  può ritenersi valido esclusivamente nella zona di azione commerciale dell’impresa alla quale è relativa l’azienda ceduta. Quindi, tale divieto non può applicarsi qualora, pur in presenza di un’identità merceologica, la nuova attività (del cedente) sia ubicata in luoghi lontani e tali da non incidere sul medesimo bacino d’utenza.

Un ulteriore aspetto che non può essere trascurato è il seguente. In tali casi, invero, è bene sapere che non sono rari i tentativi dell’alienante (e originario titolare dell’attività) di sottrarsi al divieto di concorrenza con mezzi elusivi, come ad esempio imprese o ditte esercitate sotto nome altrui o a mezzo di società di comodo. Si parla, al riguardo, di esercizio “indiretto” di impresa, parimenti illegittimo.

Quali sono le tutele previste per l’acquirente?

Dalla violazione del divieto di concorrenza deriva una responsabilità c.d. contrattuale. Ciò comporta, in capo a chi ha subito il danno, la possibilità di risolvere il contratto e cioè di far “cadere nel nulla” la stipulazione concernente la cessione dell’attività. A tal fine non è necessario dimostrare di aver subito un danno concreto, essendo sufficiente la semplice potenzialità che esso si verifichi in conseguenza della contraria condotta altrui. Tale prova, invece, è necessaria ai fini della richiesta di risarcimento di tutti i danni patrimoniali e non patrimoniali subiti.

note

[1] Art. 2557 Cod. Civ.

[2] Art. 2557, comma 2, Cod. Civ.

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