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Lo sai che? Debiti: si può costringere a pagare?

Lo sai che? Pubblicato il 13 settembre 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 13 settembre 2017

Quando si vanta un credito è sempre meglio adire le “vie legali”: chi si fa giustizia da sé potrebbe correre dei rischi

Siamo alle solite: qualcuno dovrebbe pagarti, ma non lo fa. Alcuni debitori – i più “rassicuranti” – promettono che in un modo o nell’altro salderanno i conti; per altri, invece, i “conti non tornano affatto”. La condotta di alcuni debitori, infatti, è davvero “snervante”: dicono e non dicono, si negano al telefono, inventano gli imprevisti più improbabili, accampano le scuse meno credibili, chiedono tempo o rateizzazioni, altri più semplicemente spariscono nel nulla.

Lo sanno tutti: il problema del recupero dei propri crediti è da sempre uno dei più fastidiosi e “antipatici”. Eppure, esiste una norma nel Codice Civile [1] che recita così: «Il debitore risponde dell’adempimento delle obbligazioni con tutti i suoi beni presenti e futuri». Come tutte le regole, però, anche questa molto spesso non viene rispettata, tant’è che l’interrogativo sorge spontaneo: si può costringere qualcuno a pagare i propri debiti? È vero: la legge offre una serie di “rimedi” e di garanzie contro l’inadempimento, ma se questi non dovessero bastare, ci si può fare “giustizia da sé”? È possibile obbligare qualcuno a pagare i suoi debiti e a darci quanto ci spetta? Si può costringere a pagare? Scopriamolo insieme.

Recupero crediti: è possibile “farsi giustizia da sé”?

Cominciamo innanzitutto con un principio generale, dettato più dal buon senso che dai crismi giuridici: in realtà, è sempre meglio evitare di farsi giustizia “da soli”. Ciò in quanto, il più delle volte – così facendo – si può passare dalla ragione al torto in un battibaleno.

Ed invero, ognuno di noi è titolare di determinati diritti. Diritti (anche quelli di credito) che dovrebbero essere tutelati e rispettati a 360 gradi. Cionondimeno, un conto è esercitare un proprio diritto, tutt’altra cosa è, invece, abusarne. Di conseguenza, un conto è diffidare una persona ad adempiere agli obblighi assunti; cosa ben diversa è – invece – costringerlo a pagare. Chi più rischia, in questi casi, è proprio il creditore (e ciò, soprattutto se il debitore è nullatenente). Ciò posto, è sempre meglio scegliere strade diverse da quelle della costrizione “fai da te”.

Costringere qualcuno a pagare: cosa si rischia?

Quando si è creditori di una somma di denaro, per prima cosa è vietato usare le “maniere forti”, quali la violenza e la minaccia. Ben si potrebbe, invece, rispondere “con la stessa moneta”, risultando a propria volta inadempienti. Come? Non fornendo la propria controprestazione. Quindi, se una persona commissiona ad un professionista un lavoro e poi si rifiuta di pagarlo, quest’ultimo può a sua volta negargli l’opera ormai completata. Se la merce non è stata pagata, la stessa ben potrebbe non essere mai consegnata, fino al pagamento del corrispettivo. Tuttavia non è concesso, una volta consegnato il bene, riprenderselo con la forza o impedirne l’utilizzo. Così se, ad esempio, un venditore ha accettato di anticipare la consegna della merce, non potrà poi riprendersela con la forza se l’acquirente tarda od ometta di pagare il prezzo.

Non è possibile – dunque – farsi giustizia da sé e minacciare il debitore con mezzi illegali. Si rischia, al contrario, di commettere un reato. Quale? Il c.d. esercizio arbitrario delle proprie ragioni [2]. Come suggerisce la norma stessa, dunque, si può anche aver ragione, l’importante è che le proprie ragioni non siano esercitate arbitrariamente. Più precisamente, la norma punisce chiunque, al fine di esercitare un preteso diritto, potendo ricorrere al giudice, si fa arbitrariamente ragione da sé, usando violenza o minaccia alle persone. La pena consiste nella reclusione fino a un anno. Se il fatto è commesso anche con violenza sulle cose, alla pena della reclusione è aggiunta la multa fino a 206 euro. La pena è aumentata se la violenza o la minaccia alle persone è commessa con armi.

Se quindi si può ricorrere ad un giudice è sempre meglio scegliere le “vie legali” (diffidando “ufficialmente” il proprio debitore con una c.d. diffida e messa in mora e chiedendo, poi, ad un giudice l’emissione di un decreto ingiuntivo). Il Codice Penale, infatti, punisce colui il quale, pur avendo in astratto la possibilità di rivolgersi al giudice, decide di «farsi giustizia da sé», minacciando il debitore oppure usando violenza sulle sue cose o sulla sua persona. È, ad esempio, il caso di chi strappa il portafogli di mano al debitore, chi gli buca una ruota dell’auto, chi suona a ripetizione al citofono di casa, chi lo tartassa di telefonate, chi lascia dei cartelli minatori sulla sua porta, chi utilizzi un’arma come mezzo di persuasione. Nella prassi non sono rari detti atteggiamenti da parte di creditori “sfiancati” da debitori che non possono (o peggio) non vogliono pagare i propri debiti. Non sono rari, tuttavia, nemmeno i casi in cui detti creditori – poiché passati dalla ragione al torto – siano stati condannati per esercizio arbitrario delle proprie ragioni [3].

note

[1] Art. 2740 Cod. Civ.

[2] Art. 393 Cod. Pen.

[3] Da ultimo, Cass. sent. n. 35342 del 18.07.2017.

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1 Commento

  1. CAGNANO VARANO (FG) 17 SETEMBRE 2017

    TRAMITE MINACCE, RICATTI,FALSITA’, IGNOBILTA’, CRUDELTA’,VILTA’,E’ QUANT’ALTRO RELATIVO ALLA DISUMANA INCIVILTA’,NON BISOGNA COSTRINGERE A PAGARE “CIO'” CHE NON SPETTA ALLA VITTIMA,PER CUI,ESENDO PARTE “LESA”,I GIUDICI IN ALTO SALE NON SI FARANNO OSCURARE E’ LA GIUSTA SENTENZA DEBBONO PRONUNCIARE E’ STILARE.
    AGGIUNGO,PERTANTO,NON COME DI SOLITO E’ AVVENUTO SINO ADESSO,CHE NONOSTANTE LE NETTE “PROVE” DELLE VITTIME, ALCUNI “AUTODEFINITOSI GIUDICI”,(IN CASO CONTRARIO AVREBBERO RAGIONATO E’,AGITO TRAMITE LA SEMPLICISSIMA “LOGICA”),HANNO EMESSO LE SENTENZE “CAPOVOLTE” PER DARE SPAZIO E’ INCOAGGIAMENTO ALLE CRICCHE DI MALAFFARE HA CONTINUARE A “RUBARE”
    TANGIBILI PROVE PERSONALI.

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