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Lo sai che? Transazione: come evitare una causa

Lo sai che? Pubblicato il 11 ottobre 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 11 ottobre 2017

La transazione è uno strumento per evitare una lite o una causa in Tribunale: ecco come funziona

Spesso, quando si litiga, è difficile ammettere di avere torto o ragione. Il più delle volte, infatti, “la verità sta nel mezzo”. Non è mai tutto bianco o tutto nero. Dunque, la migliore soluzione potrebbe essere quella di trovare un punto di incontro o, per dirla in maniera giuridica, addivenire ad una transazione. Al di là del torto o della ragione, poi, molte volte la transazione rappresenta un rimedio economicamente più conveniente per i “litiganti”, che eviterebbero, così, di perdere tempo e denaro per la risoluzione di una controversia di modesto valore o portata avanti solo per “questioni di principio”. In definitiva, la transazione è uno strumento per evitare o evitare di portare avanti una causa in Tribunale. Vediamo, dunque, cos’è la transazione, a che serve, come deve essere strutturata, quali gli effetti e le conseguenze.

Cos’è la transazione?

La transazione è un accordo, e quindi un vero e proprio contratto [1], con cui due o più parti pongono fine ad una controversia: si può trattare di una controversia già sfociata in una causa, oppure di contestazioni ancora in stato stragiudiziale. Lo scopo del contratto è quello di dirimere una lite senza che le parti siano obbligate a ricorrere al giudice. Una volta conclusa la transazione, però, le parti non possono più rivolgersi al giudice e rimettere in discussione la lite, salvo che una di esse sia rimasta inadempiente agli accordi stabiliti nella transazione. 

Transazione: cosa deve contenere

La transazione deve contenere:

  • la specificazione della controversia in atto o prevista tra le parti;
  • la comune volontà di porre fine alla controversia;
  • le cosiddette reciproche concessioni;
  • il nuovo regolamento di interessi che viene a sostituirsi a quello precedente, a cui si riconnetteva la lite o il pericolo di lite.

Nel contenuto complessivo di una transazione può individuarsi anche un accertamento della situazione di fatto preesistente. Attenzione: in tal caso le dichiarazioni delle parti hanno valore confessorio se costituiscono premesse aventi ad oggetto i precedenti rapporti di reciproco dare e avere su cui poi incide la transazione.

Transazione: le reciproche concessioni

Quando si vuole chiudere una transazione non si può mai prescindere dalle cosiddette reciproche concessioni. Le parti, infatti, possono comporre la lite solo facendosi reciproche concessioni: ciascuna di esse deve cioè sacrificare parzialmente (mai interamente) le proprie pretese e/o contestazioni. Ragionando diversamente la transazione non avrebbe ragione di esistere. Ed infatti, in assenza di concessioni reciproche, la transazione è nulla per mancanza di causa. In tal caso è, però, possibile che l’accordo contenga gli elementi di un negozio di natura diversa, come ad esempio il riconoscimento del diritto preesistente di una delle parti. È bene, dunque, porre molta attenzione quando si redige una transazione. È da dire, tuttavia, che la transazione è valida anche se le parti non indicano in modo preciso e dettagliato nell’atto le tesi contrapposte e le reciproche concessioni: è sufficiente che l’insieme dei diritti “sacrificati” dall’uno e dall’altro contraente possa desumersi, sinteticamente ma con certezza, dal nuovo regolamento di interessi.

La reciprocità o corrispettività delle concessioni va riferita alle pretese, cioè alle situazioni giuridiche affermate dalle parti, indipendentemente dal loro reale fondamento. Esse possono riguardare anche liti future non ancora instaurate ed eventuali danni non ancora manifestatisi, purché questi ultimi siano ragionevolmente prevedibili. Non è necessario che tra le reciproche concessioni sussista un rapporto di equivalenza. La transazione, quindi, è valida anche se c’è squilibrio economico tra le prestazioni, con la conseguenza che la transazione poi non potrà essere impugnata.

Transazione: la forma scritta

La transazione deve avere forma scritta (atto pubblico o scrittura privata) per la sua validità quando riguarda uno dei seguenti casi:

  • controversie relative a beni immobili, beni mobili registrati, diritti reali immobiliari o altri rapporti ad essi assimilati;
  • è conclusa con la pubblica amministrazione;
  • ha ad oggetto una lite sulla falsità di documenti.

Al di fuori di queste ipotesi è nell’interesse delle parti redigerla per iscritto: in mancanza la transazione è comunque valida tra le parti, anche se orale, tuttavia la forma scritta è necessaria ai fini della prova in giudizio.

Inoltre, quando la transazione ha ad oggetto diritti immobiliari o beni mobili registrati deve essere trascritta; la trascrizione che riguarda una lite relativa alla falsità di documenti, invece, produce effetto solo se è omologata dal tribunale presso il quale pende il giudizio di falso, sentito il pubblico ministero.

Transazioni: quali conseguenze

Se prima dell’insorgere del contenzioso, interviene un atto transattivo della controversia, l’eventuale successiva domanda giudiziale risulta infondata. Se la transazione avviene durante il giudizio, il giudice dichiarerà la cessazione della materia del contendere quando i fatti sono pacifici tra le parti e la situazione sopravvenuta è idonea ad eliminare ogni contrasto sull’intero oggetto della lite.

Se, in seguito, una parte non adempie agli obblighi nascenti dalla transazione, l’altra può chiederne la risoluzione per inadempimento con l’effetto di riaprire la controversia originaria, facendo risorgere tutte le ragioni, azioni ed eccezioni di cui le parti potevano disporre originariamente.

note

[1] Art. 1695 Cod. Civ.

Autore immagine: Pixabay.com

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