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Lo sai che? Esami e concorsi: che reato commette chi si fa aiutare?

Lo sai che? Pubblicato il 12 marzo 2018

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> Lo sai che? Pubblicato il 12 marzo 2018

Cosa rischia e che reato commette chi, per superare un concorso, si fa passare le tracce o si fa aiutare dai commissari d’esame?

Inutile nascondersi dietro a un dito o “affossare” la testa sotto la sabbia: le raccomandazioni esistono e sono sempre esistite; così come esistono buste e “bustarelle”,  la compravendita di esami all’università, trucchi “magici” e molto costosi per riuscire a superare un concorso pubblico. Ora se è vero che l’onestà non sempre paga è pur vero che avere la coscienza a posto non ha prezzo. Non è detto, invece, che chi usi questi mezzi disonesti e queste scorciatoie che lasciano il tempo che trovano, la passi sempre liscia. La domanda allora sorge spontanea: cosa rischia chi si fa aiutare per passare un concorso pubblico? Che reato commette chi si fa “passare” le prove d’esame dai commissari, che dovrebbero invece garantire l’ordine e la trasparenza nell’espletamento delle prove e dei concorsi pubblici? Ebbene, a rispondere a questa domanda è stata la Corte di Cassazione con una recentissima sentenza [1]. Vediamo allora cos’ha affermato la Suprema Corte in proposito e cosa rischia chi fa il disonesto per superare un concorso. Prima però esaminiamo la vicenda specifica.

Esami di stato: cosa rischia chi fa il disonesto

Nel caso al vaglio della Suprema Corte veniva in rilievo la vicenda di un’aspirante avvocatessa, che per superare l’esame di abilitazione ha pensato bene di ricorrere all’”aiutino” di una cancelliera del Tribunale di sorveglianza che, nello specifico, doveva vigilare sul corretto svolgimento della prova e dalla sorella di quest’ultima. Tutto ciò che avrebbe dovuto fare la candidata, dunque, era prendere parte all’esame d’avvocato e recarsi alla toilette nel momento giusto, atteso che i compiti le sarebbero stati consegnati (già svolti ovviamente) nei bagni della sede in cui si teneva la prova.

Non tutte le ciambelle, però, escono col buco. Ed infatti, ad incastrare i poco onesti personaggi della vicenda sono state le intercettazioni delle telefonate tra la cancelliera-vigilante e l’aspirante legale.  Fatica e sforzi peraltro sprecati, visto che – ironia della sorte – la candidata non ha nemmeno superato l’esame. L’unica cosa, quindi, che i personaggi della vicenda appena narrata hanno guadagnato è stato un bel processo penale. Ma con quale accusa? Che reato commette chi, per superare un concorso, si fa passare le tracce o si fa aiutare dai commissari d’esame? Ecco le risposte.

Esami, concorsi truccati e abuso d’ufficio

Per comprendere che reato commette chi si fa aiutare per superare un concorso pubblico, dobbiamo prima capire che reato commette chi lo aiuta. Ebbene, se il soggetto che aiuta il candidato è un commissario d’esame o comunque un soggetto che dovrebbe assicurare l’ordine e la trasparenza nello svolgimento delle prove, il reato che viene in rilievo è quello di abuso di ufficio [2]. L’abuso d’ufficio si verifica quando il pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio (vale a dire, nel caso di specie, il commissario d’esame o chi, a diverso titolo, deve vigilare sul buon andamento del concorso), nello svolgimento delle funzioni o del servizio, intenzionalmente procura a sé o ad altri un ingiusto vantaggio patrimoniale (consistente, nel caso che ci riguarda, nel superamento dell’esame di abilitazione).

Come visto, l’abuso d’ufficio non è un reato che può essere commesso da chiunque (i penalisti direbbero che si tratta – tecnicamente – di un reato proprio) atteso che può essere commesso solo dal pubblico ufficiale o dall’incaricato di pubblico servizio.

Ma allora che reato commette il soggetto che si fa aiutare?

Esami e concorsi: che reato commette chi si fa aiutare? 

Il reato è sempre lo stesso: abuso d’ufficio. Solo che chi si fa aiutare ne risponde a titolo di concorso (tecnicamente, in proposito, si parla di concorso esterno dell’estraneo nel reato proprio). Se, come nel caso di specie, il risultato sperato (il superamento dell’esame) non si realizza il reato non viene meno, ma si parlerà di tentativo. Ed infatti, la Suprema Corte di Cassazione, con la sentenza in commento, ha condannato la candidata disonesta per il reato di concorso, quale estranea, nelle condotte di tentato abuso d’ufficio commesse dai pubblici ufficiali, che avevano  posto in essere atti idonei diretti in modo non equivoco a procurare all’aspirante legale un ingiusto vantaggio patrimoniale, consistente nel superamento dell’esame di abilitazione alla professione di avvocato, non riuscendo nell’intento per cause indipendenti dalla sua volontà e dovute al mancato superamento dell’esame stesso.

note

[1] Cass. sent. n. 10567 del 08.03.2018.

[2] Art. 323 Cod. Pen.

Autore immagine: Pixabay.com

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