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Lo sai che? Criticare l’azienda su facebook: si rischia il licenziamento?

Lo sai che? Pubblicato il 5 maggio 2018

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> Lo sai che? Pubblicato il 5 maggio 2018

Esprimere giudizi negativi sulla propria azienda o sul proprio datore di lavoro su Facebook può costare perfino il licenziamento

Oramai quasi tutti, in nome della libertà di pensiero e di espressione, ci spingiamo a esprimere giudizi su fatti o persone attraverso i social network. Questa attività, però, dovrebbe essere compiuta con prudenza perché non sempre è priva di conseguenze. Condividere un post su Facebook, su instagram o su twitter significa essere responsabili per il suo contenuto, anche quando lo stesso è offensivo o, nei casi più gravi, integra un vero e proprio reato (ad esempio la diffamazione).

Ma un post su facebook o su altri social network può arrivare a giustificare il licenziamento? La risposta è sì.

Sul punto, infatti, esistono numerose cause vinte dai datori di lavoro e dalle aziende che hanno licenziato i dipendenti che si erano lasciati andare in commenti irriverenti sul loro conto o avevano espresso opinioni troppo critiche nei confronti dei propri colleghi. Un post su facebook può costare davvero caro, anche il licenziamento.  Vediamo allora quando e perché si può essere licenziati per un post su facebook.

Come l’azienda controlla il nostro profilo social?

In altre è occasioni è capitato di aver parlato di come il fisco controlli i profili social degli utenti e da questi verifichi se il tenore di vita è congruente con i redditi dichiarati ai fini delle imposte (leggi Controlli del fisco sul tenore di vita da facebook). Ma il fisco non è l’unico soggetto “estraneo” a tenere sott’occhio i nostri profili social: ci sono anche le aziende e i datori di lavoro. Ad oggi, infatti, le aziende che assumono personale e che sono alla ricerca di candidati usano effettuare anche dei controlli sui profili social, non fosse altro per studiare la personalità delle eventuali “nuove leve”. Di conseguenza, chi è alla ricerca di un lavoro dovrebbe fare molta attenzione alla propria “immagine social”.

Si può essere licenziati per un post su facebook?

Il discorso non cambia per chi un lavoro già ce l’ha: a volte può bastare un post per essere licenziati. Negli ultimi anni, infatti, sempre più spesso l’utilizzo dei social network sui luoghi di lavoro è entrato nelle aule dei Tribunali, diventando una frequente causa di licenziamento. Non è uno scherzo, ma quanto risulta dalla più recente giurisprudenza. Attenzione dunque a ciò che si pubblica sul proprio profilo social.

Licenziamento per un post su facebook: la giurisprudenza 

Quanto detto, non è solo una buona regola di prudenza, ma costituisce quanto di più recente affermato dalla Cassazione e da alcuni Tribunali italiani.

Secondo la recentissima sentenza della Cassazione [1], infatti, è giusta la sanzione del licenziamento per chi critica la propria azienda o il proprio datore di lavoro su Facebook. Il caso all’esame della Corte, riguardava il licenziamento di una dipendente che aveva pubblicato sul proprio profilo facebook un messaggio di disprezzo verso l’azienda, nel quale affermava «mi sono rotta i coglioni di questo posto di merda». Alla dichiarazione veniva associata la denominazione dell’azienda.

La Cassazione, nel confermare la legittimità del licenziamento così comminato, ha del tutto disatteso le tesi della lavoratrice che riteneva la sanzione sproporzionata all’offesa e ha evidenziato come proprio l’utilizzo del social network renda più grave il contenuto dello sfogo aggressivo, in quanto la diffusione sociale del messaggio di disprezzo (integrante gli estremi della diffamazione) è potenzialmente illimitata.

Anche la giurisprudenza di merito si è occupata di moltissimi casi analoghi, soprattutto negli ultimi tempi. Vediamone alcuni.

Per il Tribunale di Busto Arsizio [2] sono sufficienti i pochi caratteri di un tweet per ledere l’immagine del datore di lavoro e «rendere esplicito un atteggiamento di disprezzo verso l’azienda e i suoi amministratori». Il diritto di critica ha infatti dei precisi limiti che, se valicati, possono ledere il vincolo di fedeltà alla base del rapporto di lavoro e giustificare dunque il licenziamento. Rientra invece nel diritto di critica pubblicare un articolo che riguarda la propria azienda e commentarlo “genericamente”, affermando – ad esempio – che «padroni così meritano solo disprezzo». In linea di principio, infatti, la genericità del post salva il lavoratore in tutti i casi in cui l’azienda non è direttamente identificata.

Al contrario, è stato considerato legittimo il licenziamento intimato per giusta causa al lavoratore che ha postato su facebook frasi offensive coinvolgenti i colleghi e il datore di lavoro non integrando nel caso di specie reazione legittima ad una provocazione posta in essere dal datore di lavoro o dai colleghi [3].

Allo stesso modo, più che giustificato il licenziamento del dipendente che, sfogandosi su facebook, dava ripetutamente del «lecchino» e della «pecora» al collega. Il Tribunale di Milano [4], invece,  ha ritenuto la parola «bastardo» non diffamatoria, ma una semplice espressione di disistima.

Non è raro, inoltre, che sia proprio un post su facebook ad incastrare il dipendente, com’è avvenuto nel caso di un lavoratore che, “sulla carta” assente per malattia, era in realtà ad esibirsi ad un concerto e non si è perso l’occasione di pubblicizzarlo sul proprio profilo facebook. Risultato? Licenziamento in tronco. Leggi al riguardo: Licenziamento: si può fare un concerto durante la malattia?.

Nell’apprezzamento della condotta del lavoratore, ai fini della valutazione della legittimità di un licenziamento, viene in considerazione ogni comportamento, quand’anche compiuto al di fuori della prestazione lavorativa, che per la sua gravità sia suscettibile di scuotere la fiducia del datore di lavoro. Sulla scorta di ciò, infatti, possono condurre al licenziamento anche le condotte extralavorative, se molto gravi e allarmanti, come nel caso del lavoratore licenziato per aver pubblicato sue fotografie con armi [5].

Quando si rischia il licenziamento per un post sui social?

In queste ipotesi, dunque, i giudici verificano principalmente la sussistenza di un’eventuale lesione del rapporto di fiducia, che è alla base del rapporto di lavoro ed il rispetto, da parte del dipendente, degli obblighi di diligenza e di fedeltà, in mancanza dei quali è giustificabile il licenziamento. I toni del dipendente devono essere sempre quelli di una comunicazione non offensiva né ingiuriosa che resti nei limiti di un dialogo costruttivo e mai distruttivo o diffamatorio.

Di conseguenza, può essere cacciato il dipendente che, usando i social in maniera inappropriata leda l’immagine della propria azienda. È stato invece ritenuto ingiusto il licenziamento di un’allieva dell’aeronautica militare ritratta su facebook mentre simulava una sfilata di moda, seguita dall’affermazione «è così che si lavora», rivolta al proprio datore di lavoro. Per il giudice, l’atteggiamento è stato sì provocatorio, ma non abbastanza da portare al licenziamento.

La linea di confine tra ciò che lede l’immagine della propria azienda o del proprio datore di lavoro e ciò che, invece, rientra nella libertà di manifestazione del proprio pensiero, dunque, è molto sottile. In ogni caso, per non correre rischi la regola aurea da seguire rimane sempre quella della prudenza e del buonsenso nell’uso dei social network.

note

[1] Cass. sent. n. 10280/2018;

[2] Trib. di Busto Arsizio, sent. n. 62/2018.

[3] Trib. Ivrea, sent. del 28.01.2015.

[4] Trib. Milano, sent. n. 3153/2017.

[5] Trib. Bergamo, sent. del 24.12.2015.

Autore immagine: Pixabay.com

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