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News Licenziamento: serve la lettera formale?

News Pubblicato il 16 maggio 2018

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> News Pubblicato il 16 maggio 2018

Per comunicare il licenziamento al lavoratore può dirsi legittimo usare un messaggio via chat o è sempre necessario l’invio di una lettera formale?

Come non dare ragione a coloro che sostengono che i social network hanno cambiato il nostro modo di comunicare, sia nei contesti informali che in quelli istituzionali. Nell’era dei social network, infatti, la comunicazione avviene per lo più tramite chat, messaggi, sms, post. Se è vero che i social network hanno modificato il modo in cui intratteniamo le nostre relazioni umane è anche vero che gli stessi hanno avuto inevitabilmente una ripercussione anche nel mondo del diritto.

Sembra, infatti, che il formalismo di alcune comunicazioni stia cedendo il passo a forme più snelle e immediate di comunicazione, sino a ritenere validamente comunicato al lavoratore il licenziamento attraverso un messaggio sulla chat di WhatsApp.

Questa affermazione inevitabilmente fa sorgere numerosi interrogativi. Ma è valido un licenziamento comunicato via WhatsApp? A questo deve far seguito una comunicazione formale a mezzo lettera raccomandata o ha di per sé valore legale?

Al quesito si può rispondere attraverso la decisione di qualche mese fa del tribunale di Catania [1] che rappresenta ad oggi un fondamentale precedente nella giurisprudenza di merito sul punto. Il tribunale siciliano, infatti, ha ritenuto che il licenziamento «intimato su WhatsApp assolve l’onere della forma scritta, trattandosi di un documento informatico». Il caso era quello di una dipendente di un’azienda siciliana che ha appreso la notizia del proprio licenziamento leggendo un messaggio sul popolare servizio di messaggistica. La donna, convinta dell’illegittimità della comunicazione, faceva ricorso al giudice, certa che la chat di WhatsApp non fosse certo il mezzo più idoneo per recapitarle la notizia di essere stata lasciata a casa dalla sua azienda.

Fa eco alla sentenza del Tribunale etneo anche una recentissima decisione della Corte d’Appello di Roma che ha confermato la validità del licenziamento comunicato alla lavoratrice attraverso un messaggio WhatsApp [2].

Licenziamento via WhatsApp: perché è valido?

La statuizione del tribunale catanese (così come quella della Corte d’Appello di Roma) si mostra del tutto difforme dalle aspettative della lavoratrice. Il Tribunale di Catania ha rigettato il ricorso presentato dalla donna licenziata sulla chat perché – si legge nell’ordinanza – la «modalità utilizzata dal datore di lavoro nel caso di fattispecie appare idonea ad assolvere ai requisiti formali in esame, in quanto la volontà di licenziare è stata comunicata per iscritto alla lavoratrice in maniera inequivoca come del resto dimostra la reazione da subito manifesta dalla predetta parte».

I giudici, infatti, partono dall’assunto che la comunicazione di recesso dal contratto di lavoro deve avere la forma scritta. La legge, infatti, impone al datore di lavoro di rispettare la forma scritta nella comunicazione del licenziamento ma non specifica con quale strumento essa debba avvenire.  In particolare il messaggio WhatsApp costituisce un documento informatico dattiloscritto che non lascia dubbi in ordine alla sua provenienza da parte del datore di lavoro. Peraltro la chat di WhatsApp garantisce anche la certezza temporale della ricezione della comunicazione di recesso da parte del lavoratore grazie al sistema della cosiddetta doppia spunta, che peraltro garantisce al mittente anche la prova di avvenuta lettura da parte del destinatario.

Il tribunale di Catania ha dichiarato, dunque, il ricorso della lavoratrice inammissibile, decretando così che è lecito licenziare un dipendente con un messaggio sul servizio di messaggistica istantanea più diffuso al mondo: si tratta del primo caso in Italia. E oggi si trova ad essere corroborato dalla decisione della Corte d’Appello romana.

La sentenza del tribunale etneo rappresenta ad oggi il più importante riferimento della giurisprudenza di merito sul punto, anche se si inserisce nel solco già segnato dalla Cassazione che in più occasioni ha statuito la legittimità del licenziamento comunicato anche in forma indiretta [3].

Sul punto però è sempre bene essere prudenti, perché se è vero che la tecnologia è sempre un passo avanti al diritto è altrettanto vero che certi principi giuridici mantengono il loro valore fondamentale anche di fronte al progresso scientifico e tecnologico. Infatti, se da un lato la giurisprudenza consolidata riconosce una apertura verso le svariate forme con cui può essere intimato il licenziamento (purchè non oralmente) è requisito fondamentale, come detto, la forma scritta affinché non vi sia ambiguità in caso di contestazione.

Licenziamento via WhatsApp: le critiche

Va detto, però, che le decisioni di merito sopra menzionate hanno suscitato non poche critiche, soprattutto tra gli addetti ai lavori. Molti infatti hanno osservato che essendo il licenziamento un atto unilaterale recettizio, questo deve essere sottoscritto da parte del soggetto da cui proviene. In tale ottica il messaggio WhatsApp (o di altro social network) non può validamente assolvere questo requisito, necessario per attribuire al mittente la paternità della dichiarazione.

Oltre a queste considerazioni di carattere puramente giuridico, vi sono anche delicati aspetti sociologici da considerare. Vale a dire il fatto che il licenziamento è un evento drammatico che interessa il lavoratore, la sua famiglia ed il suo contesto socioeconomico per cui non è da poco ritenere che lo stesso debba conservare una certa sacralità, quale quella della comunicazione a mezzo lettera raccomandata proveniente dall’azienda.

 

note

[1] Tribunale Catania, ord. del 27.06.2017.

[2] Corte App. Roma, sent. del 06.05.2018.

[3] Cass. sent. n. 17652 del 13.08.2007.

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