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Lo sai che? Residenza: si può trasferire nella casa vacanze?

Lo sai che? Pubblicato il 31 maggio 2018

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> Lo sai che? Pubblicato il 31 maggio 2018

Si può avere la residenza nella casa vacanze? Si può trasferire la residenza nel Comune del luogo in cui si possiede una casa vacanze? Scopriamolo insieme 

La vita di ognuno di noi è indissolubilmente legata al territorio di appartenenza o a quello in cui si vive. Proprio per questo motivo, ognuno di noi è libero di fissare dove meglio crede la propria residenza, che potrà sempre essere modificata o trasferita in qualsiasi momento.

Attenzione: se è vero che ciascuno di noi è libero di fissare ovunque voglia la propria residenza è altrettanto vero che – in ogni caso – deve trattarsi della propria residenza effettiva, che – in quanto tale – sarà soggetta a specifici controlli e accertamenti. Ciò in quanto non è possibile che un soggetto abbia una residenza “di comodo”, magari per motivi fiscali: ogni cittadino, infatti, deve avere una residenza effettiva, che deve corrispondere per legge [1] al luogo della sua dimora abituale, ove cioè ha deciso di vivere in modo stabile e duraturo.

Alla luce di quanto detto ci si chiede: si può avere la residenza nella casa vacanze? In altre parole: si può trasferire la residenza nel Comune del luogo in cui si possiede una casa vacanze? A tanto risponderemo nel presente articolo e lo faremo sulla base di quanto ha da ultimo affermato la Suprema Corte di Cassazione. Prima, però analizziamo alcuni concetti di fondamentale importanza.

Cos’è la residenza?

Cominciamo, innanzitutto, con il dire che la residenza è il luogo in cui una persona ha la sua dimora abituale, ove cioè vive in modo stabile e duraturo.

Come anticipato, ognuno può scegliere dove vuole risiedere e comunicarlo all’ufficio dell’Anagrafe del Comune. Per tale motivo si parla di residenza anagrafica, che potrà essere modificata o trasferita in qualsiasi momento.

Cosa comporta la scelta della residenza?

Fissare la propria residenza in un luogo piuttosto che in un altro non è privo di risvolti pratici. Al contrario, la scelta della residenza ha effetti importanti per la vita sociale di ogni cittadino e comporta una serie di oneri, di doveri e di vantaggi, quali ad esempio:

  • l’iscrizione alla lista elettorale di quel determinato Comune;
  • gli adempimenti da svolgere in caso di matrimonio;
  • la scelta del medico di famiglia;
  • la competenza dei tribunali e degli uffici giudiziari in generale;
  • il luogo in cui alcuni atti processuali devono essere notificati;
  • la ricezione di certificati anagrafici;
  • la possibilità di accedere ai servizi demografici del proprio Comune.

Per tali motivi, chiunque dimori abitualmente in un determinato luogo, ha il dovere di richiedere l’iscrizione anagrafica per sé e per le persone sulle quali eserciti la potestà genitoriale o la tutela, nonché il dovere di comunicare ogni mutazione della propria posizione anagrafica (il che avviene in caso di cambio residenza).

Ed infatti, in base alla legge [2], in ogni Comune devono essere registrate le varie posizioni relative alle singole persone, alle famiglie ed alle convivenze che abbiano fissato in quel determinato luogo la propria residenza.

Chi accerta la residenza?

Gli accertamenti relativi alla residenza di ognuno di noi sono esperiti dall’Ufficiale di anagrafe (si tratta, in sostanza del sindaco, in quanto Ufficiale di Governo, ovvero dell’assessore, del segretario comunale o di altro impiegato ritenuto idoneo allo scopo, previa approvazione del prefetto). Ed infatti, specifico compito dell’Ufficiale di anagrafe, è quello di provvedere alla regolare tenuta dell’anagrafe della popolazione residente.

Ciò che più conta, è che l’Ufficiale di anagrafe può ordinare gli accertamenti necessari ad appurare la verità dei fatti dichiarati da ognuno in ordine alla propria residenza, potendo disporre, inoltre, apposite indagini al fine di accertare che la residenza di ciascuno sia effettiva e non fittizia. A tal fine, l’Ufficiale può invitare ogni appartenente della popolazione  residente a presentarsi nel suo ufficio per fornire le notizie ed i chiarimenti necessari alla regolare tenuta dell’anagrafe. Può interpellare, allo stesso fine, gli enti, amministrazioni ed uffici pubblici e privati.

L’amministrazione comunale, dunque, non si limita a prendere atto di quanto il cittadino dichiara in ordine alla propria residenza, ma ne controlla la “verità” procedendo all’accertamento della residenza anche per mezzo di proprie indagini: ne consegue che, per ottenere l’iscrizione nel registro della popolazione residente in un determinato comune, non è sufficiente la mera intenzione del cittadino, manifestata all’Ufficiale d’anagrafe, di stabilire la propria residenza nel territorio del comune stesso, ma occorre l’attuazione in concreto di tale comportamento con l’instaurazione della dimora abituale nel territorio comunale.

Ciò in quanto, come anticipato, non è possibile avere una residenza meramente formale o  “di comodo”, vale a dire al solo scopo – ad esempio – di godere di riduzioni o agevolazioni fiscali o di tipo assistenziale, o, ancora,  al solo fine di sfuggire ai creditori rendendo più difficile il proprio reperimento a postini e ufficiali giudiziari.

Residenza: chi fa i controlli?

Come chiarito, l’Ufficiale di anagrafe ha il compito di accertare che la residenza di ogni cittadino sia effettiva e non fittizia. Ma in concreto chi esegue detti controlli?

Ebbene, al riguardo, la legge [3] dispone che per verificare la regolare posizione anagrafica dei cittadini, l’Ufficiale di anagrafe può avvalersi della collaborazione della Polizia Municipale.

Vediamo in concreto cosa accade. A tal fine, poniamo il caso che un soggetto, dapprima residente in un determinato Comune, abbia chiesto di cambiare la propria residenza.

Ebbene, in tal caso vengono disposti dei controlli per verificare se chi ha chiesto il cambio di residenza vive davvero presso l’indirizzo da questi indicato oppure si tratti solo di una residenza “di comodo”. A tal fine l’Ufficiale dell’anagrafe delega la Polizia Municipale che deve svolgere i controlli entro 45 giorni dalla richiesta del cambio di residenza.

In concreto, dunque, i controlli sono posti in essere dalla Polizia Municipale, la quale – al fine di esperire le opportune verifiche – si recherà materialmente presso l’indirizzo dichiarato dal soggetto che ha effettuato il cambio di residenza per verificare la sua presenza. Nel caso in cui la Polizia Municipale non trovi per più volte nessuno nell’abitazione indicata come nuova residenza o accerti comunque la sussistenza di anomalie,  lo comunicherà alle autorità di pubblica sicurezza.

Come detto, la Polizia Municipale ha 45 giorni per compiere gli accertamenti necessari e nel caso in cui i predetti controlli dovessero avere esito negativo l’Ufficiale dell’anagrafe potrebbe anche giungere alla conclusione che, nel caso specifico, non vi siano elementi che provino che la persona risieda effettivamente dove ha dichiarato di abitare. In questo caso, l’Ufficiale potrebbe emettere un provvedimento di rigetto della richiesta di cambio residenza che viene comunicato all’interessato al suo vecchio indirizzo.

Rigetto della richiesta di cambio di residenza: quali rimedi?

Contro il provvedimento di rifiuto della richiesta di cambio di residenza, il cittadino ha 30 giorni di tempo per opporsi presentando ricorso al prefetto.

In ogni caso, nulla impedisce a chi ha già ottenuto un rifiuto di cambio di residenza di presentare una nuova richiesta.  Il consiglio pratico, in tali casi, è quello di recarsi in Comune (e quindi dall’Ufficiale di anagrafe) quando il trasloco al nuovo indirizzo sia già terminato, di modo che la Polizia Municipale possa concretamente accertare che il trasferimento sia effettivo e non fittizio.

Si può trasferire la residenza nella casa vacanze?

Tutto ciò premesso, possiamo finalmente rispondere al quesito che ci siamo posti ad incipit del presente articolo, vale a dire: si può trasferire la residenza nella casa vacanze? Sul punto, come anticipato, si è appena pronunciata la Corte di Cassazione [4], la quale ha avuto modo di affermare il seguente principio di diritto: «la residenza di una persona è determinata dall’abituale e volontaria dimora in un determinato luogo, che si caratterizza per l’elemento oggettivo della permanenza e per l’elemento soggettivo dell’intenzione di abitarvi stabilmente, rivelata dalle consuetudini di vita e dallo svolgimento delle normali relazioni sociali: ne consegue che è legittimo il decreto prefettizio che rigetta la domanda di iscrizione all’anagrafe laddove dagli accertamenti svolti non risulta il radicamento del richiedente nel territorio del Comune».

Alla luce di quanto sopra, non è possibile trasferire la propria residenza nel Comune del luogo in cui si possiede una casa ove si trascorrono solo le vacanze. Inoltre, in base alla legge [5] non basta ricevere la posta in un determinato luogo per potersi considerare una persona ivi residente: oltre all’elemento oggettivo della permanenza in un posto, serve anche l’elemento soggettivo, vale a dire l’intenzione e la volontà di stabilirsi il loco, che tuttavia sussiste solo quando è accertato un reale radicamento nel luogo del Comune.

 

note

[1] Art 43, comma 2, Cod. Civ. 

[2] Cfr. l. n. 1228 del  24 dicembre 1954, recante «l’Ordinamento delle anagrafi della popolazione residente»; D.P.R. n. 223 del  30 maggio 1989, recante «l’Approvazione del nuovo regolamento anagrafico della popolazione residente».

[3] Art. 19, comma 2, del D.P.R. 223 del 30.05.1989.

[4] Cass. ord. n. 13241 del 28.05.2018.

[5] Art 43 Cod. Civ e art. 3 del D.P.R. 223 del 30.05.1989.

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