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Lo sai che? Ferie: quando sono monetizzabili?

Lo sai che? Pubblicato il 16 giugno 2018

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> Lo sai che? Pubblicato il 16 giugno 2018

Indennità sostitutiva per ferie non godute: vediamo quando è possibile monetizzare le ferie e come vengono pagate le ferie maturate e non godute

Le ferie rappresentano un diritto inviolabile e se il lavoratore non ne fruisce deve poterle monetizzare. Attenzione, però: ciò non è sempre possibile.  Ed infatti, il diritto alle ferie non è solo inviolabile, ma anche irrinunciabile. Il lavoratore, dunque, non può scegliere di rinunciare alle proprie ferie dietro pagamento di un corrispettivo in denaro (cosiddetto divieto di monetizzazione delle ferie). Tuttavia, può accadere che il dipendente non riesca ad usufruire dei giorni di ferie accumulati nel corso dell’anno. Cosa succede in questi casi? Ebbene, in queste ipotesi il lavoratore può far valere il diritto al pagamento della cosiddetta indennità sostitutiva o indennità di ferie non godute. Vediamo allora come funziona il meccanismo dell’indennità sostitutiva per ferie non godute e quando le ferie sono monetizzabili.

Diritto alle ferie del lavoratore

Come anticipato, il diritto alle ferie è un diritto irrinunciabile del lavoratore costituzionalmente garantito e tutelato [1]. Nel dettaglio, la nostra Costituzione prevede che il lavoratore ha diritto al riposo settimanale e a ferie annuali retribuite e non può rinunciarvi. Ciò in quanto,  le ferie hanno, unitamente ai riposi settimanali, il compito di permettere al lavoratore di recuperare le energie psico-fisiche che lo stesso impiega nell’espletamento dell’attività lavorativa. Ne consegue la nullità di qualsivoglia rinuncia preventiva alle ferie annuali spettanti. Per intenderci: ciò significa che, pur volendo, non si può lavorare tutto l’anno ed è nullo il contratto tra azienda e dipendente con cui questi rinuncia completamente alle sue ferie in cambio di un corrispettivo maggiorato.

Come già ricordato, infatti, in linea di principio vige il divieto di monetizzazione delle ferie. Tuttavia il mancato godimento delle ferie maturate durante il rapporto di lavoro fa sorgere il diritto all’indennità sostitutiva, che spetta in busta paga a seguito delle dimissioni o del licenziamento o scadenza del contratto a termine.

Il diritto alla ferie matura durante il rapporto di lavoro in relazione ai periodi di lavoro effettivamente prestato. In sostanza, ogni mese di lavoro il dipendente matura dei giorni di ferie e ciò anche durante il periodo di prova e di preavviso.

Le ferie maturate, di regola 4 settimane all’anno, devono essere godute entro l’anno stesso e, comunque, non oltre 18 mesi dall’anno di maturazione.

La retribuzione delle ferie deve avvenire nella misura fissata dalla legge [2] e dai contratti collettivi di lavoro. Il piano ferie, invece, viene determinato dal datore di lavoro tenendo conto delle esigenze dell’impresa e degli interessi del lavoratore. Il datore di lavoro, dunque, può determinare unilateralmente la collocazione temporale delle ferie retribuite, purché non lo faccia in modo tale da vanificare la finalità delle stesse, che è quella di consentire al lavoratore il giusto riposo per riprendersi dallo stress dell’attività lavorativa e per recuperare le energie psico-fisiche. Per saperne di più, leggi: .

Ferie non godute: cosa sono

Il lavoratore ha diritto, secondo quanto disposto dalla legge [3], a godere di almeno 4 settimane di ferie durante l’anno, minimo legale che non può essere derogato dai contratti collettivi che, diversamente, possono concedere più giorni di ferie.

Le 4 settimane sono da suddividersi nel modo che segue:

  • 2 settimane devono essere concesse in modo continuativo nel corso dell’anno di maturazione;
  • le altre 2 settimane possono essere fruite anche in modo dilazionato, purché entro i 18 mesi dal termine dell’anno di maturazione.

Dunque, la legge dispone il godimento delle ferie, durante l’anno di maturazione, in misura pari ad almeno 2 settimane, possibilmente consecutive; le rimanenti 2 settimane devono essere godute nei 18 mesi successivi all’anno di maturazione. Le ferie non godute, quindi, sono quelle ferie per le quali si ritarda la fruizione all’anno successivo o si richiede la monetizzazione in caso di interruzione del rapporto di lavoro.

Diritto alle ferie: obblighi del datore di lavoro

In materia di ferie retribuite, il datore di lavoro ha i seguenti obblighi [4]:

  • concedere al lavoratore un periodo di ferie di 2 settimane nel corso dell’anno di maturazione;
  • concedere 2 settimane consecutive di ferie, se richieste dal lavoratore, nel corso dell’anno di maturazione;
  • garantire la fruizione del restante periodo di ferie (minimo di 2 settimane) nei 18 mesi successivi all’anno di maturazione.

Ferie maturate ma non godute: cosa fare?

Ciò detto, la domanda è: cosa succede se il lavoratore non riesce a fruire delle ferie? In altre parole, il lavoratore che non riesce a godere delle ferie maturate le perde o può usufruirne successivamente?

Ebbene, le ferie non godute possono essere fruite dal lavoratore entro 18 mesi successivi dall’anno di maturazione. Decorso questo arco di tempo, i giorni di ferie verranno accantonati e non potranno più essere richiesti al datore di lavoro. Ma cosa si intende per giorni di ferie accantonati?

Di certo non significa che questi giorni di ferie andranno persi. Ed infatti,  proprio in questi casi entra in gioco la monetizzazione delle ferie, in quanto la legge riconosce il diritto all’indennità sostitutiva per le ferie, ma solo in casi specifici. Vediamo quali

Monetizzazione delle ferie: cos’è e quando richiederla

Secondo una recentissima sentenza della Suprema Corte di Cassazione [5], il mancato godimento delle ferie da parte del lavoratore dà diritto a quest’ultimo al pagamento, da parte del datore di lavoro, di un’indennità sostitutiva, la quale ha natura retributiva e non risarcitoria. Ciò è possibile solo allorquando siano decorsi i 18 mesi riconosciuti al lavoratore dall’anno di maturazione delle ferie, di cui non si è goduto. E’ bene precisare che la Cassazione ha sottolineato che tale indennità deve essere riconosciuta anche se non vi è alcuna norma nel contratto di lavoro che appositamente la prevede.

Pertanto, decorsi i 18 mesi dalla maturazione delle ferie, il lavoratore che non ha goduto delle stesse ha diritto a richiedere l’indennità sostitutiva e cioè a vedersi monetizzare le ferie riconosciutegli, ma non fruite.

Monetizzazione delle ferie: quando non è riconosciuta

Il lavoratore perde a tutti gli effetti il diritto alla monetizzazione delle ferie non godute quando lo stesso ha fatto in modo e maniera di non fruirne. Nel dettaglio, il datore di lavoro si libera dall’obbligo di corrispondere tale indennità allorquando dimostri di aver consentito al lavoratore di godere dei giorni di ferie maturati in tutti i modi possibili, ma il lavoratore stesso si sia rifiutato, perdendo così il diritto a vederle monetizzare.

Quanto precede trova fondamento nel fatto che il dipendente ha sia il diritto che il dovere di beneficiare di un minimo di giorni di riposo nel corso dell’anno. Pertanto, così come il datore di lavoro, pur potendo scegliere quando concedere le ferie (ovvero rifiutarsi di darle in determinati periodi per esigenze d’impresa) ha il dovere di offrire un’alternativa al dipendente, quest’ultimo ha il dovere di beneficiarne.

Ferie: quando sono monetizzabili?

In relazione a quanto precede, è di recente intervenuta la Corte di Cassazione [6], la quale ha affermato quanto segue.

Le ferie costituiscono un diritto e se il dipendente non ne fruisce per fatto imputabile al datore deve poterle monetizzare anche se non ne ha fatto richiesta.  Ed infatti, il lavoro prestato al posto delle giornate di riposo costituisce una prestazione non dovuta da parte del lavoratore, il quale pertanto avrà diritto all’indennità sostitutiva e, dunque, alla monetizzazione delle ferie.

Il trattamento economico sostitutivo, quindi, è escluso soltanto se il datore di lavoro dimostra di aver offerto al dipendente un adeguato tempo per il godimento delle ferie: in tal caso, è il lavoratore che non ne usufruisce – pur avendone avuto la possibilità – ad incorrere nella cosiddetta mora del creditore.

In altre parole: il godimento delle ferie da parte del dipendente costituisce un obbligo contrattuale del datore di lavoro ed è quindi l’azienda a dover dimostrare l’offerta di adempimento nei confronti del dipendente. Risulta comunque escluso che dalla mancata formale richiesta delle ferie da parte del dipendente si possa desumere la rinuncia da parte dello stesso al godimento delle ferie.

Ferie non godute: quando vengono pagate

Le ferie maturate dal lavoratore possono essere retribuite dal datore di lavoro nel corso dell’anno stesso, ma solo ad una condizione, ovvero quella che siano maturate nell’anno di cessazione del rapporto di lavoro.

Per meglio comprendere: nel caso in cui il dipendente venisse licenziato prima dello spirare dell’anno, a quest’ultimo spetterà l’indennità sostitutiva per le ferie maturate e non godute nel corso dell’intero anno e nei 18 mesi precedenti. Quanto precede trova piena applicazione anche nel caso in cui il contratto di lavoro sia a tempo determinato, con durata inferiore ad 1 anno.

In conclusione, l’indennità sostitutiva per ferie non godute può essere pagata dall’azienda per la mancata fruizione, da parte del lavoratore, dei giorni di ferie:

  • eccedenti il periodo minimo di 4 settimane all’anno, eventualmente riconosciuti dalla contrattazione collettiva applicata;
  • maturate e non fruite al momento della cessazione del rapporto: si pensi al caso del dipendente che, in corso d’anno, viene licenziato in tronco o per fallimento dell’azienda. Se, ad esempio, un dipendente viene licenziato a metà dell’anno, ha diritto a ottenere la liquidazione, sull’ultima busta paga, di due settimane in ferie non godute ma maturate;
  • nei casi di contratto di lavoro a termine inferiore all’anno, per i quali è possibile sostituire i giorni di ferie con la relativa indennità, che deve essere comunque erogata al termine del rapporto di lavoro e non mensilmente.

Indennità sostitutiva: si pagano le tasse?

Come già accennato, l’indennità in parola ha natura retributiva e non risarcitoria. Pertanto, anche per queste somme il datore è tenuto a versare i relativi contributi previdenziali al dipendente, nonché a pagare le tasse previste. Cerchiamo di chiarire ora se il dipendente che percepisce l’indennità di ferie non godute deve pagare su tali somme le tasse, se cioè questi importi vanno indicati nella dichiarazione dei redditi e, quindi, scontano la ritenuta alla fonte (ritenuta che esegue direttamente il datore di lavoro). La risposta è affermativa. Secondo infatti l’orientamento ormai consolidato, l’indennità di ferie non godute ha natura retributiva e non risarcitoria. L’indennità è infatti nient’altro che un corrispettivo per le prestazioni lavorative effettuate nel periodo di tempo che avrebbe dovuto essere dedicato al riposo. Essendo perciò equiparata al reddito mensile, l’indennità per ferie non godute sconta le tasse: è cioè rilevante ai fini Irpef poiché è dovuta al lavoratore in quanto prestatore di attività definita nell’ambito del contratto di lavoro [7].

note

[1] Art. 36 Cost.

[2] Art. 2109 Cod. Civ.

[3] Legge n. 66/2003.

[4] Legge 14 febbraio 2003 n. 30.

[5] Cass. Civ., sentenza n. 2496/2018.

[6] Cass. sent. n. 15652 del 14.06.2018.

[7] Cass. sent. n. 25399/2015 e n. 1232/2015. Si segnala, tuttavia, l’orientamento minoritario della C.T. Reg. Roma 6.2.2013 n. 89/4/13, che attribuisce natura risarcitoria all’indennità per ferie non godute, in quanto: «non può parlarsi di “reddito” se non in presenza di un effettivo vantaggio economico conseguito, mentre la suddetta indennità ha la funzione di reintegrare una diminuzione, in termini di salute, di qualità della vita, ecc., che si traduce in un danno anche potenziale patrimonialmente valutabile e risarcibile. Sono imponibili, ai sensi dell’art. 6 co. 2 del TUIR, le sole “indennità” conseguite a fronte di effettive perdite di reddito (lucro cessante), ma non anche quelle, come nella specie, che sono tese a riparare un danno, senza effettivo incremento reddituale. Si potrebbe distinguere la parte di “indennità” corrispondente alla retribuzione “ordinaria” dalla vera e propria maggiorazione per la mancata fruizione delle ferie; tuttavia, la suddetta norma è del tutto carente in tal senso, e non può che essere correttamente interpretata come sopra».

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