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Lo sai che? Spese auto: quando si rischia l’accertamento fiscale

Lo sai che? Pubblicato il 22 giugno 2018

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> Lo sai che? Pubblicato il 22 giugno 2018

Spese auto: per evitare l’accertamento fiscale non basta dimostrare di avere i soldi per comprare una macchina, è necessario giustificare anche le spese sostenute nel tempo per l’auto. Vediamo allora come difendersi dal fisco

Chi compra una bella auto sa bene che le spese non finiscono con l’acquisto della macchina. Oltre al prezzo d’acquisto, si dovranno poi sostenere i costi della benzina, del bollo auto, dell’assicurazione, del garage, della manutenzione ordinaria e straordinaria. Chi spende tutti questi soldi, li deve innanzitutto avere; e se li ha, li deve anche denunciarli all’Agenzia delle Entrate. In altre parole: sarebbe illogico credere che chi ha un’auto di lusso, possa permettersi anche il lusso di non pagare le tasse.  Attenzione, dunque,  ad acquistare o ad intestarsi un’auto, una casa o altri beni di elevato valore commerciale se si dichiara poco all’Agenzia delle Entrate: in questi casi, infatti, è legittimo l’accertamento fiscale e non sarà così semplice, eventualmente, evitare le sanzioni sull’evasione presunta. In simili ipotesi, infatti, per “farla franca” non basta dimostrare al fisco la disponibilità dei soldi per comprare un’auto di lusso, visto che è poi necessario mantenerla. È quanto ha chiarito di recente la Corte di Cassazione [1], a detta della quale è legittimo l’accertamento fiscale basato sul redditometro, per chi non giustifica le spese auto. Vediamo allora come difendersi dal fisco in casi analoghi a quelli appena descritti. Prima, però, cerchiamo di comprendere in concreto come funziona l’accertamento fiscale.

Come funziona l’accertamento fiscale

Il Fisco, tramite la verifica delle entrate e le uscite dei contribuenti, tiene sotto controllo il tenore di vita di tutti noi e quando le uscite diventano troppe rispetto alle entrate scattano gli accertamenti fiscali. Il ragionamento alla base di tutto è il seguente: ognuno di noi non può spendere più di quanto guadagna. Se, al contrario, gli acquisti sono superiori alle entrate di almeno il 20%, le possibilità che non si stia cercando di evadere le tasse si contano sulle dita di una mano: o hai vinto al gioco, o hai ricevuto donazioni (ed in entrambi i casi va dimostrato) o stai ricevendo pagamenti in nero.

L’accertamento fiscale nei confronti dei contribuenti deriva da un sistema che usa l’Agenzia delle Entrate per valutare la congruenza degli acquisti o del proprio “stile di vita” con il reddito “denunciato” annualmente nella dichiarazione dei redditi: si chiama accertamento sintetico e si vale del cosiddetto redditometro. Detta in maniera semplice, l’Agenzia delle Entrate ragiona in questo modo: se “tanto” esce dal portafoglio, “tanto” deve anche entrare. Se, al contrario, gli acquisti sono superiori alle entrate di almeno il 20%, il rischio di un accertamento fiscale è dietro l’angolo.

Altro elemento da non dimenticare è il seguente: nel momento in cui dovesse arrivare un controllo dell’Agenzia delle Entrate Riscossione, non sarà sufficiente giustificarsi sostenendo che i soldi sono il frutto di un prestito, di una donazione o di una vincita al gioco. Sarà necessario anche provarlo. E qui sta il bello: nel processo tributario l’unico tipo di prova ammessa è quella documentale. Bandite, dunque, le testimonianze. Insomma, difendersi non è così facile come può sembrare, in quanto è necessaria sempre una prova documentale: se questa prova manca e il contribuente non è in grado di fornire giustificazioni sulla provenienza e sulla disponibilità di somme superiori al proprio reddito, l’accertamento fiscale è pressoché scontato. Come anticipato, il mezzo attraverso il quale il Fisco esegue questi controlli è il redditometro: le spese devono essere coerenti con la dichiarazione dei redditi di ognuno, altrimenti l’Agenzia delle entrate potrebbe insospettirsi e far scattare l’accertamento fiscale. 

Controlli del fisco: gli studi di settore

In ambito tributario, inoltre, assumono molto rilievo le presunzioni. Queste ultime sono le conseguenze che la legge o il giudice trae da un fatto noto per risalire ad un fatto ignorato. In altre parole, tramite una presunzione è possibile accertare un fatto attraverso un ragionamento logico che da fatto conosciuto deduce un fatto non conosciuto. Con particolare riferimento alla dichiarazione dei redditi, la legge espressamente stabilisce che una eventuale incompletezza, la falsità o l’inesattezza dei dati in essa indicati ovvero l’esistenza di attività non dichiarate possono essere desunte sulla base di presunzioni semplici, purché gravi, precise e concordanti. Per porre in essere tali accertamenti, il Fisco si avvale dei cosiddetti studi di settore, vale a dire di strumenti per identificare la capacità reddituale potenziale del contribuente medio di ogni categoria economica tramite l’analisi dei dati dichiarati e di altri elementi extracontabili.

Beni e servizi che fanno scattare i controlli del fisco

Ci sono poi beni il cui acquisto o possesso insospettisce particolarmente il fisco. Come già detto, è inverosimile che chi possiede una macchina di elevato valore commerciale o sia intestatario di una casa di lusso non presenti una dichiarazione dei redditi che sia quanto meno corrispondente alle ricchezze possedute o allo stile di vita condotto. Vediamo, allora, quali sono i beni che possono far scattare un controllo fiscale. A tal fine, è bene tenere presente il decreto ministeriale [2] che indica tutti i beni e servizi che non dovrebbero, in teoria, superare l’importo che il contribuente, secondo quanto da lui dichiarato, può di fatto permettersi di spendere.

Ecco le spese e gli acquisti che potrebbero far arrivare un controllo fiscale. Si tratta di spese ed acquisti relativi a:

  • mutuo;
  • canone di locazione;
  • canone di leasing immobiliare;
  • spese di manutenzione della casa;
  • agenzia immobiliare;
  • spese per consumo di energia elettrica, gas e acqua;
  • elettrodomestici ed arredi;
  • collaboratrici domestiche;
  • visite mediche e medicinali;
  • polizza rc auto;
  • auto di lusso e relativo bollo;
  • acquisto di smartphone;
  • abbonamento pay-tv;
  • palestre e circoli sportivi;
  • giochi online;
  • cavalli;
  • animali domestici;
  • istituti di bellezza e centri benessere;
  • gioielleria e bigiotteria;
  • alberghi e viaggi;
  • cene e pranzi fuori casa.

Auto e altri beni di lusso: come difendersi dal fisco?

Chiarito quanto sopra, è evidente che l’unico modo per salvarsi dall’avviso di pagamento del fisco è dimostrare che il denaro per acquistare e, di seguito pagare i costi di gestione di una casa, di un’auto o altro bene di lusso proviene da un’altra persona, come il coniuge o altro familiare convivente. Di fatti, chi ha un reddito basso difficilmente riuscirà ad acquistare case di lusso o automobili di elevato valore commerciale. Due sono le alternative: o i soldi gli sono stati regalati da terzi o il contribuente ha redditi nascosti. Pertanto, se il contribuente non riesce a dimostrare la prima circostanza, è inevitabile che l’Agenzia delle Entrate Riscossione faccia scattare l’accertamento fiscale. In altre parole, il fisco presume e imputa in capo al contribuente un reddito superiore a quanto da lui stesso dichiarato (il reddito necessario cioè a comprare e a gestire i costi di una casa o di un’auto) e su di esso calcola ulteriori tasse con le relative sanzioni per l’evasione. Quindi gli notifica l’ordine di pagamento. Per difendersi, il contribuente non potrà semplicemente sostenere o far sostenere mediante una testimonianza che i soldi gli sono stati regalati da terzi, ma dovrà anche dimostrarlo. Tale dimostrazione non può avvenire con testimonianze – vietate nel processo tributario – ma unicamente tenendo traccia della provenienza del denaro, garantita ad esempio dai bonifici sul proprio conto corrente o da un assegno non trasferibile. Sbaglia quindi chi, per dimostrare gli aiuti economici da parte di terze persone, si fa rilasciare da questi ultimi delle dichiarazioni scritte che però non trovano corrispondenza poi nelle movimentazioni dei conti correnti bancari. Senza contare che, come detto,  le dichiarazioni testimoniali – anche se scritte – non hanno alcun valore davanti alla Commissione Tributaria.

Auto di lusso: come difendersi dal fisco?

In simili ipotesi, per difendersi dal fisco, non basterà dimostrare la disponibilità dei soldi per comprare un’auto di elevato valore commerciale, visto che è poi necessario mantenerla. Ed infatti, con la sentenza menzionata ad incipit del presente articolo, la Cassazione è stata molto chiara al riguardo. Il ragionamento alla base della decisione del Suprema Corte è molto semplice: intestarsi un’auto costosa vuol dire avere una disponibilità economica superiore alla media. Il contribuente deve quindi essere in grado di dimostrare al fisco una capacità di reddito tale da poter non solo acquistare, ma anche mantenere negli anni la gestione del mezzo. La dimostrazione può consistere ad esempio in donazioni ricevute da parenti o amici, in risarcimenti del danno, mutui, eredità, smobilizzo di altri beni (ossia la vendita di case o auto usate), vincite al gioco. Insomma, si deve trattare di redditi esenti o già tassati alla fonte e che, pertanto, non andavano riportati nella dichiarazione dei redditi, ragion per cui l’Agenzia delle Entrate non ne ha potuto tenere conto.

Come già detto, però, non basta “dire”; è necessario anche “provare”. E quando si ha a che fare con tasse e imposte, l’unica prova ammessa dalla legge è quella documentale. In altre parole: niente testimoni.

Sul punto la Cassazione ha ricordato, con parole più tecniche, che «in tema di accertamento in rettifica delle imposte sui redditi delle persone fisiche, la determinazione effettuata con metodo sintetico, sulla base del redditometro, dispensa l’Agenzia delle Entrate da qualunque ulteriore prova rispetto all’esistenza degli indici di capacità contributiva del contribuente; sicché è legittimo l’accertamento fondato su essi, restando a carico del cittadino l’onere di dimostrare che il reddito presunto non esiste o esiste in misura inferiore».

note

[1] Cass. ord. n. 16122 del 19.06.2018.

[2] Min. finanze, decreto del 16 settembre 2015.

Autore immagine: Pixabay.com

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